Da anni gli organizzatori devono fare i conti con gli ascolti in calo e la tendenza a premiare gli artisti quando non hanno più molto da dire. Quest’anno c’è stata una svolta verso nomi conosciuti anche dal pubblico più giovane, con risultati a volte discutibili.
Se Beyoncé ha di nuovo stracciato la concorrenza, portandosi a casa ben sei “grammofoni” (canzone dell’anno, album, canzone ed esecuzione femminile R&B con Single ladies, migliore esecuzione femminile con Halo), il premio più ambito di album dell’anno le è stato soffiato dal country-pop di Fearless, esordio della ventenne Taylor Swift quasi sconosciuta da noi ma amatissima negli USA nonostante doti vocali non straordinarie. I Kings of Leon si confermano in piena ascesa grazie a un’altra hit da classifica, Use somebody, registrazione dell’anno e migliore esecuzione rock di un gruppo. Vincitrice per l’esecuzione pop il tormentone I gotta feeling dei Black Eyed Peas, che hanno ricevuto il Grammy anche per The E.N.D., miglior album pop. Lady Gaga, nominata in cinque categorie, si è “accontentata” del miglior brano dance per Poker face e miglior album dance (forse la categoria più adatta per i recenti Black Eyed Peas).
Premiato anche Bruce Springsteen, più per la sua inesauribile energia che per l’ultimo disco, Working on a dream. A mani vuote invece gli U2, nominati in tre categorie tra cui miglior album rock, andato invece ai Green Day per 21st century breakdown. Nella sezione dedicata al cinema, la migliore colonna sonora (compilation) è la travolgente The millionaire (premiata anche Jai Ho), mentre Michael Giacchino guadagna altri due Grammy grazie al suo lavoro per il film Pixar Up.
La sensazione è che i Grammy tentino sempre di più di avvicinarsi agli show di MTV (a loro volta in crisi d’identità); ma senza un equilibrio e attenzione alla qualità rischiano di diventare solo un premio tra tanti invece che il più ambito e prestigioso, com’è stato per decenni.
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