Timbuktu: il film che racconta la violenza jihadista

16/04/2015
Timbuktu: il film che racconta la violenza jihadista

Sono stato a vedere “Timbuktu”, il film del regista mauritano Abderrahmane Sissako che racconta la situazione nell’omonima città del Mali – dal 1998 Patrimonio dell’Unesco - durante l’occupazione dei militanti jihadisti, conclusasi nel gennaio 2013 dopo un’offensiva dell’esercito francese. Non lontano da Timbuktu, in una tenda tra le dune sabbiose vive Kidane, in pace con la moglie Satima, la figlia Toya e il dodicenne Issan, il giovanissimo guardiano della loro mandria di buoi.

In paese le persone soffrono sottomesse al regime di terrore imposto dai jihadisti determinati a controllare le loro vite. Emblematica è la scena in cui due estremisti girano in moto per le strade di Timbuktu e, con un megafono, fanno sapere ciò che non si può fare: musica, risate, sigarette e addirittura il calcio, sono stati vietati. Il film fa vedere che anche gli stessi musulmani sono vittime delle follie dei ribelli jihadisti che impongono la shari'a (la legge islamica) che costringe le donne a indossare il velo ma anche i guanti neri e le obbliga a contrarre matrimoni forzati.


Kidane
e la sua famiglia inizialmente riescono a sottrarsi a questo caos, ma il loro destino muta improvvisamente quando Kidane uccide accidentalmente Amadou, il pescatore che aveva massacrato "Gps", il bue della mandria a cui erano più affezionati. Kidane sa che dovrà affrontare la corte e la nuova legge portata gli invasori.

Ma gli abitanti di Timbuktu riescono a contrapporsi a queste follie tramite una resistenza del tutto pacifica e continuano tranquillamente la loro vita di tutti i giorni: molto bella, a tal proposito, è la scena in cui un gruppo di ragazzi giocano una partita di calcio anche se in campo non vi è nessun pallone.